Il 15 marzo rappresenta una delle date più emblematiche della storia romana, segnando un punto di svolta che avrebbe cambiato per sempre il corso della Repubblica romana. Le Idi di Marzo non furono soltanto un giorno qualunque del calendario romano, ma divennero sinonimo di tradimento e di complotto politico, entrando nell’immaginario collettivo come simbolo di minaccia imminente. L’assassinio di Giulio Cesare in questa data cruciale segna infatti uno spartiacque nella storia di Roma, accelerando il processo di transizione dalla Repubblica all’Impero. In questo approfondimento esploreremo il significato delle Idi di Marzo nella cultura romana, la figura di Giulio Cesare, le motivazioni dietro la congiura che portò alla sua morte, e le conseguenze politiche che ne derivarono, trasformando radicalmente l’assetto politico dell’antica Roma.
Il significato delle Idi di Marzo nella cultura romana
Il termine “idi” deriva dal latino e indicava la metà del mese nel calendario romano. Le Idi cadevano il quindicesimo giorno di marzo, maggio, luglio e ottobre, mentre negli altri mesi corrispondevano al tredicesimo giorno. Le “Idi di marzo” (in latino Idus Martiae) rappresentavano un importante giorno di festa per gli antichi romani per due principali ragioni. In primo luogo, in questa data si celebrava l’antica divinità Anna Perenna, dea dell’abbondanza che simboleggiava il rinnovarsi dell’anno con banchetti e festeggiamenti pubblici. In secondo luogo, l’intero mese di marzo era dedicato al dio della guerra Marte, con le “feriae Martis” che si svolgevano dal primo al ventiquattro del mese, durante le quali venivano organizzati quotidianamente cerimonie, spettacoli teatrali e corse di cavalli nel Campo Marzio2. Il termine è però entrato nell’immaginario collettivo principalmente per l’evento tragico che vi si svolse nel 44 a.C.: l’assassinio di Giulio Cesare, che ha trasformato questa data in un simbolo di tradimento e di destino avverso, cristallizzato nell’espressione “Guardati dalle Idi di marzo”.
Le origini familiari e la giovinezza di Giulio Cesare
Giulio Cesare nacque a Roma il 13 luglio del 101 a.C. (o secondo altre fonti il 12 luglio del 100 a.C.) da un’antica famiglia patrizia, la gens Iulia, che secondo la tradizione discendeva direttamente da Romolo, primo re di Roma, e da Ascanio, figlio del principe troiano Enea. Nonostante le nobili origini, la sua famiglia non godeva di particolare ricchezza. Suo padre, anch’egli chiamato Gaio Giulio Cesare, era un ex pretore che aveva ricoperto le cariche di tribuno militare, questore, pretore e propretore d’Asia. La madre, Aurelia Cotta, appartenente alla gens degli Aurelii e dei Rutilii, era una rispettata matrona romana. La famiglia viveva in una casa modesta nel malfamato quartiere Suburra, un’area popolare di Roma. Cesare ricevette un’educazione raffinata sotto la guida del grammatico Marco Antonio Gnifone, proveniente dalla Gallia. Cresciuto in un periodo politicamente turbolento, con Roma divisa tra optimates (aristocratici conservatori) e populares (fazione democratica guidata dallo zio Gaio Mario), Cesare si schierò fin da giovane con questi ultimi, segnando l’inizio di un percorso politico che lo avrebbe portato a scontrarsi con l’aristocrazia senatoriale.
L’ascesa politica e militare di Cesare
La carriera di Cesare fu costellata di episodi significativi che ne determinarono l’ascesa. Da giovane venne rapito dai pirati e tenuto prigioniero per 38 giorni sull’isola di Farmacussa, un’esperienza che, secondo la tradizione, affrontò con straordinaria dignità, promettendo ai suoi rapitori che li avrebbe crocifissi una volta libero – promessa che mantenne dopo essere stato riscattato. Partecipò alla terza guerra mitridatica in Asia, dove venne eletto nel collegio dei pontefici. Tornato a Roma, divenne tribuno militare, sostenendo le battaglie politiche dei populares. Nel 69 a.C. fu nominato questore e inviato in Spagna ulteriore, dove si guadagnò il favore popolare riducendo le pesanti tasse imposte dal suo predecessore Metello. La sua carriera politica continuò con l’elezione a edile curule, che gli permise di organizzare giochi magnifici e di acquisire ulteriore popolarità. Il suo più grande successo in questo periodo fu la nomina a pontefice massimo nel 63 a.C., carica che si impegnò a riportare sotto il controllo elettorale dopo che Silla l’aveva sottratta al voto popolare3. La sua brillante oratoria, capacità militare e abilità politica lo resero una figura sempre più influente nella Repubblica romana, ponendo le basi per la sua futura ascesa al potere assoluto.
La congiura contro Cesare
La congiura che portò all’assassinio di Giulio Cesare fu ordita da un gruppo numeroso di senatori romani, stimato tra i 60 e gli 80 membri, guidati principalmente da Marco Giunio Bruto, Gaio Cassio Longino e Decimo Bruto. La motivazione principale dei congiurati era il timore che Cesare, dopo aver accumulato così tanto potere e aver ricevuto la nomina a dittatore perpetuo, intendesse abolire definitivamente la Repubblica per instaurare una monarchia7. Per i senatori aristocratici, l’idea di un ritorno alla monarchia rappresentava un incubo, in quanto avrebbe significato la fine del sistema repubblicano che aveva garantito loro privilegi e potere per secoli. I cospiratori vedevano in Cesare un tiranno in potenza, e la sua crescente influenza e popolarità rendevano sempre più concreto il rischio che potesse ottenere un potere assoluto e permanente. La congiura fu organizzata con estrema segretezza, coinvolgendo anche persone vicine a Cesare, come Bruto, che era stato beneficiato dal dittatore e che alcuni ritenevano addirittura suo figlio adottivo. Questo rese il tradimento ancora più significativo, simboleggiando come persino i più stretti alleati di Cesare temessero le sue ambizioni monarchiche.
L’assassinio alle Idi di Marzo
Il 15 marzo del 44 a.C., Giulio Cesare si recò alla seduta del Senato che si teneva presso il teatro di Pompeo, nonostante alcuni presagi negativi e avvertimenti che lo invitavano a fare attenzione in quel giorno. Secondo lo storico Svetonio, Cesare venne colpito da 23 pugnalate e morì ai piedi della statua di Pompeo, suo antico rivale. Riguardo alle sue ultime parole, esistono versioni contrastanti. La tradizione popolare gli attribuisce la celebre frase “Tu quoque, Brute, fili mi!” (“Anche tu, Bruto, figlio mio!”) al vedere Marco Giunio Bruto tra i suoi assassini. Tuttavia, Svetonio riporta che Cesare avrebbe pronunciato questa frase in greco, “Kai su teknon” (“Anche tu, figlio”). Lo stesso Svetonio aggiunge però che, secondo alcune fonti, Cesare non avrebbe pronunciato alcuna parola, limitandosi ad emettere un gemito al primo colpo e avvolgendosi dignitosamente nella toga prima di cadere. La tradizione attribuisce invece a Bruto l’esclamazione “Sic semper tyrannis!” (“Così sempre ai tiranni!”) durante l’assassinio, sottolineando la motivazione politica del gesto. La morte di Cesare avvenne in maniera drammatica, in un luogo pubblico e istituzionale, voluta proprio per rappresentare simbolicamente l’eliminazione di una minaccia alla Repubblica romana.
Le conseguenze immediate dell’assassinio
Immediatamente dopo l’assassinio di Cesare, Roma piombò in uno stato di grande incertezza e tensione. Il 17 marzo del 44 a.C., appena due giorni dopo l’uccisione, si tenne una seduta straordinaria del Senato presso il tempio della dea Tellus. Grazie alla mediazione di Marco Tullio Cicerone, che, pur essendo stato oppositore di Cesare, non aveva partecipato alla congiura, si raggiunse un compromesso tra i cesariani guidati da Marco Antonio e i congiurati. Questo accordo prevedeva da un lato l’amnistia per gli assassini di Cesare, che quindi non sarebbero stati perseguiti per il loro gesto, dall’altro la ratifica di tutti gli ultimi atti del dittatore. Tra questi vi era anche l’assegnazione del governo della Macedonia a Marco Antonio e quello della Gallia Cisalpina a Decimo Bruto, uno dei principali cospiratori. Questo compromesso, apparentemente equilibrato, non risolse tuttavia le tensioni sottostanti e si rivelò solo una soluzione temporanea. I cesariani, pur accettando formalmente l’accordo, non avevano intenzione di lasciare impunito l’assassinio del loro leader, mentre i congiurati, pur ottenendo l’amnistia, si trovavano in una posizione politicamente fragile, senza il supporto popolare necessario per consolidare il loro potere.
La fine della Repubblica e l’ascesa di Augusto
L’assassinio di Cesare, lungi dal salvare la Repubblica come speravano i congiurati, ne accelerò invece il definitivo tramonto. Come notato nelle fonti, l’uccisione del dittatore segnò l’inizio della crisi finale della Repubblica romana, che si sarebbe conclusa nel 27 a.C. con la nascita dell’Impero. Il vuoto di potere lasciato da Cesare provocò una lunga serie di conflitti civili. Marco Antonio e Ottaviano (il futuro Augusto), nipote e figlio adottivo di Cesare, inizialmente si allearono per vendicare la morte del dittatore. Formarono, insieme a Marco Emilio Lepido, il Secondo Triumvirato, e sconfissero le forze dei cesaricidi nella battaglia di Filippi (42 a.C.). In seguito, però, i triumviri entrarono in conflitto tra loro. Dopo aver eliminato Lepido dalla scena politica, Ottaviano e Antonio si affrontarono in una guerra civile che si concluse con la vittoria del primo nella battaglia di Azio (31 a.C.) e il successivo suicidio di Antonio e Cleopatra in Egitto. Ottaviano, rimasto unico detentore del potere, operò una trasformazione istituzionale capillare, formalmente restaurando la Repubblica ma di fatto instaurando un nuovo sistema di governo, l’Impero, in cui deteneva tutti i poteri fondamentali. Nel 27 a.C. il Senato gli conferì il titolo di Augusto, segnando ufficialmente l’inizio di una nuova era nella storia di Roma.
Leggi anche Il 12 anni di Papa Francesco tra tradizione e rinnovamento
Ancora nessun commento.