Il terremoto del 20 febbraio 1743 è noto alle cronache storiche per aver distrutto le città di Brindisi e Nardò. Si tratta probabilmente dell’evento sismico avvenuto nel Salento che ha liberato la maggiore energia. Secondo Rosa Nappi, ricercatrice dell’INGV dell’Osservatorio Vesuviano, la magnitudo potrebbe aver sfiorato i 7.1 gradi della scala Richter. La ricostruzione storica è avvenuta grazie documenti presenti negli archivi di Stato di Brindisi, Lecce, Taranto e Napoli e alla biblioteca arcivescovile di Brindisi. Numerosi autori tra quali Mario Baratta, Pietro Cagnes e Nicola Scalese riportano notizie circa questo terremoto. Come ricorda la studiosa, il Salento non è una zona asismica, ma viene confusa come tale a causa di una rara sismicità seppure, risente spesso dei movimenti tellurici delle zone circostanti come ad esempio il Gargano, la Grecia e l’Albania.
Il territorio salentino ha conosciuto nel corso dei secoli diversi eventi sismici che hanno plasmato il suo paesaggio urbano e la sua storia. Tra i numerosi terremoti che hanno interessato quest’area geografica, quello del febbraio 1743 emerge come uno degli eventi più devastanti e meglio documentati del periodo. Le fonti storiche riportano dettagli significativi su questo evento catastrofico, mentre risultano più frammentarie le informazioni relative ad altri sismi verificatisi nello stesso arco temporale. Il presente articolo si propone di analizzare le caratteristiche principali di questi eventi, con particolare attenzione al loro impatto sulla città di Brindisi e alle conseguenti opere di ricostruzione.
Il grande terremoto del 20 Febbraio 1743
Il 20 febbraio 1743 Brindisi fu colpita da un violento terremoto con epicentro localizzato nel Canale d’Otranto, a soli 50 chilometri dalla costa salentina, caratterizzato da un’intensità riconducibile a una magnitudo stimata di circa 7 gradi della scala Richter. L’evento sismico si manifestò attraverso tre forti scosse consecutive che, secondo le memorie dell’epoca, colpirono Brindisi tra le 23:30 e le 23:45. Le ore si contavano a partire del tramonto quindi è ragionevole pensare che si possa trattare di un orario pomeridiano, circa le 16:30. Il movimento tellurico fu avvertito in un’area estremamente vasta, comprendente l’intera Italia meridionale e diverse regioni del Mediterraneo, tra cui Grecia, Malta e Albania. Gli effetti distruttivi interessarono ben 86 località in tutta la Puglia, causando almeno 180 vittime complessive nella regione. I centri abitati che subirono i danni maggiori furono Francavilla Fontana e Nardò, con quest’ultima che registrò il tragico bilancio di 150 morti. Anche nelle isole greche dello Ionio si contarono circa cento vittime, testimoniando l’estensione e la potenza del fenomeno sismico. Le tesi accreditate per l’epicentro sono state 2, la prima propendeva per localizzarlo a terra tra Lecce e Galatina, la seconda lo pone in mare. L’ipocentro invece sarebbe a circa 30 km di profondità.
L’Impatto su Brindisi e il Maremoto
A Brindisi, le conseguenze del terremoto furono particolarmente drammatiche al punto che le cronache riportano che il mare ritirandosi mostrava delle crepe sul proprio letto e il molo appariva diviso in 3 parti. Questo dettaglio evidenzia non solo i danni strutturali subiti dalle infrastrutture portuali della città, ma anche il maremoto che accompagnò il sisma. A Lecce gli abitanti inneggiarono a Sant’Oronzo per aver protetto la città da gravi danni. Gli studi condotti dal professor Paolo Sansò dell’Università del Salento hanno dimostrato che questo tsunami si manifestò con particolare intensità a sud di Otranto, nei pressi di Torre Sant’Emiliano, dove sono stati rinvenuti centinaia di grossi blocchi calcarei trasportati a notevole distanza dalla costa. Il più grande di questi blocchi aveva un volume di oltre 25 metri cubi e pesava circa 70 tonnellate, testimoniando la straordinaria potenza del maremoto. Secondo le ricostruzioni scientifiche, il fenomeno avrebbe generato almeno due onde provenienti da sud sud-est, con un’altezza che potrebbe aver raggiunto gli undici metri. Ricerche successive hanno permesso di individuare gli effetti di questo maremoto anche a Torre Santa Sabina, mentre a Brindisi si verificò un improvviso abbassamento del livello del mare nel porto interno.
Le ricostruzioni nel Regno di Napoli
Sebbene le fonti a disposizione non forniscano informazioni specifiche sulle operazioni di ricostruzione a Brindisi dopo il terremoto del 1743, è possibile delineare alcune caratteristiche generali dell’approccio borbonico alla gestione delle emergenze sismiche nel Regno di Napoli. In occasione di eventi sismici di particolare gravità, il governo borbonico era solito ricorrere a istituti straordinari, appositamente creati per gestire l’emergenza. Un esempio significativo risale al terremoto che nel 1783 colpì vaste aree della Calabria e il Messinese, quando Ferdinando IV nominò immediatamente come suo vicario generale per le due Calabrie il tenente generale Francesco Pignatelli, conferendogli straordinari poteri e ordinandogli di recarsi immediatamente nelle zone colpite con denaro, viveri, medicinali e personale tecnico. Nel caso specifico di Brindisi, la ricostruzione dovette confrontarsi con la necessità di ripristinare le infrastrutture portuali danneggiate, elemento vitale per l’economia cittadina. Il terremoto del febbraio 1743 rappresenta uno degli eventi sismici più significativi che hanno interessato il Salento e la città di Brindisi nel periodo compreso tra il 1509 e il 1815. La sua elevata magnitudo, insieme al maremoto che lo accompagnò, causò danni significativi alle infrastrutture portuali di Brindisi e influenzò lo sviluppo urbanistico successivo della città.
Leggi anche Sguardi su Brindisi in Età Moderna
Ancora nessun commento.