Il caso Moro rappresenta uno dei capitoli più drammatici e controversi della storia repubblicana italiana. Il sequestro e il successivo omicidio del presidente della Democrazia Cristiana non solo segnarono profondamente il periodo dei cosiddetti “anni di piombo”, ma lasciarono anche numerose questioni irrisolte e interpretazioni contrastanti che continuano ad alimentare dibattiti e ricerche storiche.
Aldo Moro: il 16 marzo 1978 il rapimento in Via Fani
Il 16 marzo 1978, poco dopo le 9 del mattino, un commando delle Brigate Rosse entrò in azione in Via Fani a Roma. In una manciata di minuti, dopo aver bloccato con un tamponamento le auto del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, i brigatisti uccisero i cinque uomini della scorta e rapirono lo statista, portandolo via su una Fiat 132 blu. Poco dopo, l’azione venne rivendicata con una telefonata all’ANSA. Quello stesso giorno, in una drammatica coincidenza, il governo Andreotti – il primo con il voto favorevole del Partito Comunista Italiano – ottenne la fiducia alla Camera e al Senato1. Fu l’inizio di 55 giorni che avrebbero segnato profondamente la storia italiana.
Durante il periodo di prigionia, le Brigate Rosse comunicarono ripetutamente con l’esterno attraverso una serie di comunicati che scandirono l’evoluzione della situazione:
- Il 18 marzo arrivò il “Comunicato n.1”, che conteneva una foto di Moro e annunciava l’inizio del “processo”
- Il 19 marzo, Papa Paolo VI lanciò il suo primo appello per la liberazione di Moro
- Il 20 marzo, al processo di Torino, il “nucleo storico” delle BR rivendicò la responsabilità politica del rapimento
- Il 21 marzo, il governo approvò un decreto antiterrorismo
- Il 25 marzo venne diffuso il “Comunicato n.2”
- Il 29 marzo arrivò il “Comunicato n.3” con una lettera al ministro dell’Interno Cossiga in cui Moro scriveva di trovarsi “sotto un dominio pieno e incontrollato dei terroristi” e accennava alla possibilità di uno scambio
Una data cruciale fu il 4 aprile, quando venne diffuso il “Comunicato n.4” contenente una lettera indirizzata al segretario della DC Benigno Zaccagnini. Le Brigate Rosse, nei comunicati 7 e 8, arrivarono a dettare precise condizioni: il rilascio di Moro sarebbe stato preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti, dando alla DC e al governo 48 ore di tempo a partire dalle 15 del 20 aprile. Vennero nominati 13 terroristi di cui si chiedeva la scarcerazione, tra i quali Franceschini, Curcio e Besuschio.

La linea della fermezza e le trattative
Durante il sequestro emersero due linee di condotta nettamente distinte. Da una parte, la cosiddetta “linea della fermezza” sostenuta dal governo e dalle forze politiche principali, che rifiutavano qualsiasi trattativa con i rapitori. Già alle 11 del 16 marzo, lo stesso giorno del rapimento, la DC aveva deciso di respingere qualsiasi ipotesi di ricatto da parte dei terroristi. Dall’altra parte si trovava la famiglia Moro, che tenne una linea del tutto autonoma rispetto alla “fermezza” del governo, cercando disperatamente di salvare la vita del proprio caro. Il 7 aprile, ad esempio, il quotidiano “Il Giorno” pubblicò una lettera di Eleonora Moro, moglie dello statista, indirizzata al marito. Tra le figure controverse emerse durante le indagini successive vi fu quella di Steve Pieczenik, ex funzionario del Dipartimento di Stato USA e “superconsulente” del Governo italiano durante il sequestro. Secondo quanto sostenuto dal procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli, nei confronti di Pieczenik sarebbero emersi “gravi indizi circa un suo concorso nell’omicidio” dello statista democristiano. La procura generale di Roma sottolineò che “sono emersi indizi gravi circa un suo concorso nell’omicidio, fatto apparire, per atti concludenti, integranti ipotesi di istigazione, lo sbocco necessario e ineludibile, per le BR, dell’operazione militare attuata in via Fani”.
Le lettere dalla prigionia
Durante i 55 giorni di prigionia, Aldo Moro scrisse ben 86 lettere, un corpus documentale di inestimabile valore storico e umano5. L’ultimo periodo di sequestro fu caratterizzato da un gran numero di lettere indirizzate alla DC, alla famiglia e agli amici, oltre che da lettere scritte dalla famiglia verso la DC e il prigioniero. Contrariamente alla narrazione che emerse nei giorni successivi al rapimento, che voleva presentare un Moro cambiato, spaventato, non più lucido, o addirittura drogato e manovrato dai brigatisti, l’analisi delle lettere mostra un uomo che rimase lucido, razionale e coraggioso. Il politico, con pochissimi mezzi a disposizione – solo una penna biro e dei fogli di carta – decise di reagire e di combattere attraverso la scrittura. Recentemente, studi come quello di Carlo Gaudio intitolato “L’urlo di Moro” hanno avanzato l’ipotesi che Moro, cultore di enigmistica, rebus e anagrammi, avesse tentato di comunicare messaggi in codice nelle sue lettere. Secondo questa interpretazione, Moro conosceva l’indirizzo della sua prigione – l’appartamento di via Montalcini al numero 8, interno 1 – e cercò di divulgarlo. Prova ne sarebbe l’inciso più celebre di tutto il suo epistolario, contenuto in una lettera a Cossiga recapitata il 29 marzo 1978: “Che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato”. Secondo Gaudio, l’anagramma di questa frase sarebbe: “E io so che mi trovo dentro il p.o uno di Montalcini n.o otto”.
L’omicidio e le sue ricostruzioni
La ricostruzione dell’omicidio di Aldo Moro si basa principalmente su due elementi: la perizia tecnico-balistica-merceologica realizzata tra il 1978 e il 1979, e le dichiarazioni rese dai brigatisti coinvolti. Mario Moretti si è attribuito la responsabilità materiale dell’uccisione, ma sostanzialmente non ha fornito particolari sulle modalità in cui fu realizzata. Più specificamente, la ricostruzione dell’omicidio si è basata essenzialmente sulle dichiarazioni – contraddittorie in numerosi punti – rese tra il 1993 e il 1996 in sede giudiziaria da Laura Braghetti e Germano Maccari, in un libro-intervista da Mario Moretti, e in un libro successivo di Gallinari, edito nel 2006. Sintetizzando la ricostruzione fornita dai brigatisti, Moretti e Maccari sarebbero stati gli unici a partecipare direttamente all’esecuzione (con la Braghetti che faceva da “palo”), mentre Gallinari – già condannato per l’omicidio Moro – secondo i brigatisti non avrebbe partecipato all’esecuzione.
La mattina del 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di sequestro, a Moro furono restituiti i vestiti che indossava il giorno del rapimento. I brigatisti lo prelevarono dalla prigione, lo condussero in garage e gli fecero credere che lo avrebbero liberato, facendolo sistemare nel bagagliaio dell’auto. Invece di liberarlo, lo uccisero. Il cadavere venne trovato nel vano posteriore di una Renault 4 rossa parcheggiata in Via Caetani a Roma6, una strada simbolicamente situata a metà strada tra le sedi della DC e del PCI. La scoperta del corpo segnò la tragica conclusione dei 55 giorni che avevano tenuto l’Italia con il fiato sospeso.
Il caso Moro rappresenta ancora oggi una ferita aperta nella storia italiana. Nonostante i numerosi processi e le commissioni d’inchiesta, molti aspetti rimangono controversi o non completamente chiariti. La “verità storica” e quella “processuale” non sempre coincidono, e diverse interpretazioni continuano a coesistere. Ciò che è certo è che il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro segnarono un punto di svolta nella storia della Repubblica italiana, influenzando profondamente non solo la politica ma anche la società civile. La vicenda Moro rimane un monito sulla fragilità delle istituzioni democratiche di fronte alla violenza terroristica e un esempio drammatico delle tensioni ideologiche che caratterizzarono gli “anni di piombo“.
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