Diversi anni fa mi sono trovato prima per motivi accademici e successivamente passionali a studiare la storia del Mezzogiorno. Una storia che nel mio caso si è concentrata sull’Età Moderna, ovvero il periodo costituito da quei secoli che vanno dalla scoperta dell’America fino al congresso di Vienna. Gli storici non sempre sono concordi su questa periodizzazione e spesso ne adottano alcune leggermente diverse. Quello che non cambia è il carattere profondamente innovatore dell’Epoca Moderna rispetto a quello che è stato il Medioevo. Non si tratta di una rappresentazione che passa dal buio alla luce, come erroneamente si potrebbe pensare. Piuttosto l’essenza della Modernità sta nei caratteri psicosociologici derivanti dalle innovazioni introdotte dall’Umanesimo e dagli stili affermatisi nel Rinascimento.
Complice l’opera di Gerard Labrot ho potuto venire in contatto con la storia di Napoli, capitale ipertrofica, priva di spazio e di pianificazione, dotata di una personalità collettiva indecifrabile e che a tratti poteva apparire come la grande testa su un corpo gracile definita da Colletta, in altri invece sembrare in rapporto simbiotico con casali e Universitas vicine. Ne ho parlato io stesso nel mio saggio Sguardi su Napoli in Età Moderna edito da NeP nel 2023. Di Napoli ho studiato molto, demografia, morfologia, topografia, società, impatto delle rivolte e della peste, successione degli eventi sismici. Nel saggio prendo in considerazione questi aspetti anche di altri territori limitrofi o comunque vicini soffermandomi anche sull’architettura civile e religiosa della città. Uno spaccato di storia urbana.
Quello che non avevo considerato è ciò che fa Labrot nel suo libro. Lo storico dell’arte Gerard Labrot racconta del Mezzogiorno ma non si limita a Napoli. Si reca in Puglia dove visita diverse città per entrare nella loro storia urbana. Mi sono reso conto, complice l’ispirazione involontaria da parte di una persona che per me è importante, che il Salento e la città di Brindisi in particolare sono stati sottovalutati, sotto-studiati e sotto-considerati dalla storiografia recente.
Brindisi dall’Età Romana al Novecento
A Brindisi inizia la via Appia. Si trattava del porto più importante per i romani, non a caso numerosi studiosi dell’Età Moderna e Contemporanea l’hanno definita la “Porta dell’Oriente” o la “Porta Italiana dell’Oriente” o ancora la “Porta dell’Oriente in Italia”. Per intenderci è la città verso al quale stava viaggiando papa Gregorio Magno quando fu catturato. È la stessa città dalla quale ci si imbarcava per i pellegrinaggi in Terra Santa. È il porto più importante per l’Impero Romano Meridionale. Ma oggi, insieme a Taranto, è uno dei porti più importanti per la Marina Militare Italiana, di importanza strategica. Non manca di essere al contempo porto e scalo aereo commerciale con l’Aeroporto del Salento ubicato proprio a Brindisi. La storia di Brindisi lascia, in qualche modo, pensare che la città sia stata trascurata per diversi secoli anche durante l’amministrazione asburgica e poi borbonica del Mezzogiorno. Si era ridotta a un territorio paludoso che necessitava di bonifiche, alcune delle quali giunte durante l’epoca borbonica. Uno degli eventi che hanno segnato profondamente il territorio di Brindisi è stato il terremoto del 20 febbraio 1743. A Napoli si era insediato un giovane Carlo III di Borbone pochi anni prima, ponendo attenzione sull’affrancamento politico dalla corona di Spagna e sui rapporti con gli altri stati europei. Il sisma fu molto forte presumibilmente raggiungendo i 7 gradi della scala Richter. Solo a causa della bassa densità di popolazione le vittime non furono migliaia ma poche centinaia. Purtroppo però i danni arrecati alle cose restarono per decenni tanto che nel 1783, quando si verificò il sisma di Calabria, rendendo necessari moltissimi interventi di ricostruzione. La corona Borbonica si affidò a un pianificatore, un illustre economista Ferdinando Galiani per organizzare la ricostruzione. Galiani riscontrò i ritardi nella ricostruzione per il terremoto di Napoli del 1732, di quello di Brindisi del 1743 e della Calabria del 1783. Scrisse una lettera con diverse raccomandazioni. Per evitare il clientelismo e l’appropriazione indebita di capitali era consigliabile gestire tutto a livello centrale. Inoltre specificava di dare priorità alla ricostruzione di strade e case perché l’edilizia sacra già ben nutrita soprattutto nel Salento, poteva aspettare. Più tardi, nel Novecento, Brindisi è stata una delle città capitali insieme a Torino, Firenze, Roma e Salerno. Certo si può opinare su quello che diversi storici definiscono il “governotto” di Brindisi ma questo non esclude l’importanza storica degli eventi e della città.
Una comparazione con altre città
Ma la bellezza di quelle terre, di quei luoghi sta si nella derivazione di un fascino storico sedimentato nel tempo, ma anche – soprattutto – nella bellezza geomorfologica del territorio. I salentini parlano di bellezze del Salento, il mare, il sole, il vento. L’aria è dolce come volesse rinfrescarti d’estate e darti una tiepida carezza d’inverno, il mare è trasparente quasi come l’acqua della Polinesia. Si può vedere il letto di sabbia sul quale l’acqua è adagiata. Il sole è caldo con temperature di solito maggiori rispetto a quelle delle altre parti del meridione. Certo che Brindisi è una città relativamente piccola. Ha poco più di 80 mila abitanti a dispetto della sua estensione di oltre 330 Km quadrati. Per dare un’idea, è grande quando quasi 3 volte Napoli o un quarto di Roma, se preferite ma ha una popolazione che è un tredicesimo di Napoli e quasi un quarantesimo di quella di Roma.
Il periodo veneziano
Brindisi ha un territorio che risente di quanto accaduto fin dall’Epoca Moderna. Probabilmente vi è un’impronta sociale rilasciata anche dalla Serenissima. Venezia infatti ha controllato la città, porto fondamentale per i traffici commerciali tra la Repubblica di San Marco e l’Oriente. Una rivalità tra le 2 città che risaliva fino all’epoca Angioina, quando Brindisi approfittò della sua posizione strategica per “sequestrare” merci veneziane. Ma più tardi, dal 1496 al 1509, Brindisi fu retta da un governatore veneziano prima che la Repubblica dei Doge fosse costretta a cedere il passo alla Spagna. Quel periodo di appena 13 anni potrebbe aver influenzato, seppur in parte, usi e consuetudini brindisine, nonché sovrapposto alle popolazioni parte di una provenienza urbana veneziana.
L’architettura urbana religiosa e civile
L’architettura urbana è caratterizza da strutture civili e sacre, prima fra tutte la Cattedrale di San Giovanni Battista consacrata nel 1143 dopo una ristrutturazione che ne ha lasciato intatto solo il perimetro di epoca Normanna, precedente all’anno 1000. Nella Cattedrale fu incoronato, tra le altre cose Ruggiero d’Altavilla.
Possiamo poi contare numerosi palazzi tra i quali
L’architettura di Brindisi riflette l’evoluzione storica e sociale della città, con numerosi palazzi costruiti tra il XVI e il XVIII secolo che testimoniano la ricchezza culturale del periodo:
- Palazzo Granafei-Nervegna: Edificato nel XVI secolo, questo palazzo è uno degli esempi più rappresentativi dell’architettura rinascimentale a Brindisi. Ospita oggi eventi culturali e mostre.
- Palazzo Montenegro: Costruito nel XVIII secolo, è un esempio dello stile barocco pugliese, con facciate decorate e interni eleganti.
- Palazzo Guerrieri: Situato nel cuore della città, questo edificio si distingue per il suo stile tardo-rinascimentale e la sua importanza storica.
- Palazzo De Leo: Un altro esempio significativo del barocco brindisino, costruito nel XVIII secolo e caratterizzato da dettagli decorativi raffinati.
Questi edifici non solo arricchiscono il patrimonio artistico della città, ma raccontano anche storie di famiglie nobili e di trasformazioni sociali che hanno caratterizzato Brindisi durante l’Età Moderna.
I palazzi Montenegro e Granafei Nervegna rappresentano due importanti testimonianze architettoniche della storia di Brindisi, ciascuno con caratteristiche distintive e storie familiari affascinanti che hanno contribuito allo sviluppo della città pugliese nel corso dei secoli.
Palazzo Montenegro
Palazzo Montenegro si erge maestoso nello spiazzo dedicato a San Teodoro sul lungomare del porto interno, già piazza Baccarini e prima ancora “dei Consoli”, rappresentando l’essenza dell’edilizia civile barocca della città. Secondo lo storico Pasquale Camassa, l’edificio fu realizzato nella seconda metà del XVII secolo da una ricca famiglia di commercianti di origini montenegrine, probabilmente i Petrovich, che ottennero la cittadinanza brindisina e cambiarono il loro cognome in Montenegro quando si stabilirono in città verso la fine del Seicento. Esiste tuttavia un’interpretazione alternativa fornita da Nicola Vacca, secondo cui il palazzo potrebbe essere antecedente: “le decorazioni sono baroccheggianti, la sua architettura è cinquecentesca, rivelata dalle forme rinascimentali severe eppur eleganti che si compongono in sintesi euritmica stupefacente”. Mi riprometto di approfondire con ricerche mirate, non compiute solo tramite veloci canali web – queste informazioni sono riportate da testate giornalistiche dell’area tra le quali brindisiweb.it – ma anche con indagini presso biblioteche pubbliche, archivio di stato e archivi ecclesiastici.

La Famiglia Montenegro
Il più illustre esponente della famiglia fu Leonardo Montenegro sindaco di Brindisi in diverse occasioni il quale Insieme al fratello Pietro che aveva intrapreso la carriera ecclesiastica investì parte dei guadagni derivanti dalle attività commerciali in ampie proprietà agricole nell’agro a nord-est di Brindisi. Quella zona oggi si chiama contrada Montenegro, a testimonianza dell’influenza della famiglia sul territorio.
Struttura e Caratteristiche Architettoniche
La costruzione si sviluppa su due piani, con una facciata sobria di impostazione rinascimentale che si distingue per l’ampio balcone centrale con mensole decorate che svetta in corrispondenza del portale principale. Dall’ingresso principale si accede, tramite l’androne dalla volta a botte, al cortile scoperto circondato da un semiportico. Da qui una doppia scalinata sovrastata dall’arco in pietra decorata conduce al giardino, oggi ridimensionato rispetto all’originale, quando era conosciuto come il più rinomato di Brindisi1. La facciata si sviluppa su due livelli intervallati da quattro finestre architravate al primo piano e incorniciate da una sobria cornice quelle al piano terra.
Il palazzo ha ospitato numerosi eventi nonché la visita di Ferdinando IV.
Palazzo Granafei Nervegna
Un primo nucleo dell’edificio venne edificato nel 1565 ed apparteneva a Nicolò Granafei, che lo acquistò da Donato Ferrante. All’epoca veniva pagato un canone annuo al Capitolo di Brindisi dovuto per un diritto sul suolo, probabilmente perché poteva trattarsi di area già di pertinenza della basilica di San Pelino. La famiglia Granafei era originaria di Costantinopoli, da cui fuggì dopo l’invasione dei turchi di Maometto II per giungere ad Oria. Nel 1508 si trasferì a Brindisi sfruttando i vantaggi economici offerti da Ferdinando d’Aragona allo scopo di ripopolare la città, in buona parte abbandonata per le condizioni insalubri del suo porto. I Granafei ebbero una rapida ascesa sociale: Nicolò divenne sindaco della città nel 1534 e nel 1545, e la famiglia investì considerevolmente nel settore fondiario rurale. Il palazzo passò ai Nervegna nel XVIII secolo quando i Granafei decisero di trasferirsi a Mesagne. La famiglia Nervegna, originaria di Ortona, si stabilì a Brindisi agli inizi dell’Ottocento. Giuseppe, figlio di Vincenzo, svolgeva l’attività di commerciante con un negozio a Largo di Porta Reale occupandosi della compravendita di olio, avene e altri prodotti alimentari sulle piazze di Trieste, Venezia e Napoli.
La struttura presenta un prospetto rinascimentale con influenze barocche, in particolare negli elementi dei balconi in pietra. È diviso in tre ordini dalle cornici marcapiano sulle quali spiccano quattro aforismi in latino. Sulla facciata principale risaltano le decorazioni e le finestre, tutte diverse tra loro per i motivi ad intreccio, e il portale che racchiude in una cornice l’arma araldica del casato sorretta da due angeli. Altri due stemmi sono visibili sulle mensole dei balconi laterali e sull’angolo della facciata a sud.

Brindisi e il Salento, territori dimenticati
Entrambi i palazzi rappresentano esempi straordinari dell’architettura civile brindisina tra Cinquecento e Seicento fondendo caratteristiche rinascimentali e barocche. I due palazzi sono solo esempi di come l’architettura cittadina sia tutt’oggi influenzata da quello che è stato lo sviluppo urbano Moderno della città del Salento. Il Salento terra troppo a lungo dimenticata, citata solo nei periodi estivi a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Se dopo l’Unità d’Italia si è posto il problema della Questione Meridionale con il divario Settentrione-Mezzogiorno, si può dire che durante i regni preunitari la questione fosse tra Occidente e Oriente del Meridione in quanto la barriera geografica degli Appennini e quella economica, sociale e politica, hanno costituito una rete di capitali, investimenti e sviluppo che non ha interessato a pieno titolo anche la porta dell’Oriente in Italia. Certo, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, si può dire che questo isolamento abbia tutelato il patrimonio ambientale naturale del territorio ma non si può negare che dopo tutti questi secoli, le città dell’Est meritino un po’ di visibilità e considerazione in più.
Ringrazio Noa Nur per avermi fornito stimoli e suggerimenti con la sua consulenza sull’identità territoriale brindisina.
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